Per anni l’influencer marketing è stato raccontato come una disciplina in continua accelerazione, guidata da piattaforme, formati e metriche sempre nuove. Il 2026, però, segna un cambio di fase. Non è più solo una questione di crescita, ma di maturità: delle relazioni, dei modelli economici, del ruolo che creator e brand giocano dentro l’ecosistema digitale.

In questo post il team di 40Degrees guarda al 2026 e a cosa sarà. Ognuno con il proprio punto di vista, strategico, creativo, data-driven, per provare a leggere i segnali deboli che stanno diventando strutturali: algoritmi che cambiano, community che contano più dei numeri, AI che ridisegna i processi, autenticità che torna a essere un vantaggio competitivo.

Ne nasce una mappa di visioni, più che un manifesto. Perché il futuro dell’influencer marketing e della creator economy non si prevede con una formula, ma si costruisce interpretando ciò che oggi sta già succedendo.

YouTube, il luogo dell’approfondimento [Fiammetta Ciabattini]

Più spazio all’approfondimento: sempre più creator arriveranno, o torneranno, su YouTube, spinti dall’esigenza di rallentare il ritmo e recuperare tempo narrativo. In un ecosistema dominato da formati brevi e reattivi, YouTube torna a essere il luogo dell’argomentazione, del contesto, della spiegazione.

Per i creator significa poter costruire autorevolezza, sviluppare un punto di vista riconoscibile e coltivare una relazione più profonda con la propria community. Per i brand si aprono nuove possibilità di racconto: meno interruzione, più integrazione; meno messaggi, più storie. Contenuti pensati per durare, essere cercati, rivisti, salvati.

Non è un ritorno al passato, ma un riequilibrio: short form per attivare l’attenzione, long form per trasformarla in fiducia.

Dal campo ai social: i grandi eventi sportivi si racconteranno con branded content [Federica Lassandro]

Dal campo ai social: i grandi eventi sportivi diventeranno sempre più piattaforme narrative, non solo momenti da documentare. Partite, tornei e competizioni non vivranno più esclusivamente nel tempo della performance, ma si estenderanno prima, durante e dopo l’evento attraverso contenuti pensati per i social.

Il branded content sarà la chiave per tradurre l’emozione sportiva in racconto: dietro le quinte, rituali, preparazione, tensione, vittorie e sconfitte. I brand non si limiteranno a “presenziare”, ma entreranno nella storia, affiancando atleti, team e creator in format editoriali capaci di amplificare il valore simbolico dello sport.

Nel 2026 lo sport diventa linguaggio culturale e i social il suo mezzo di diffusione continua: non solo visibilità, ma appartenenza, identità e memoria condivisa.

Più regole, maggior attenzione alle community [Alessia Fabbri]

Il 2026 segnerà una svolta per l’Influencer Marketing, con un settore sempre più regolamentato e una crescente attenzione alla trasparenza, alla correttezza delle collaborazioni e alla tutela delle community. Linee guida più chiare, controlli più stringenti e una maggiore consapevolezza da parte dei brand contribuiranno a rendere il mercato più maturo e credibile.In questo contesto emergeranno soprattutto i micro e nano creator: profili con community più piccole ma altamente coinvolte, percepite come più autentiche, competenti e affidabili. La loro forza non starà nei numeri assoluti, ma nella qualità della relazione e nella capacità di influenzare scelte reali.Per i brand sarà sempre meno una questione di “chi ha più follower” e sempre più di fiducia, affinità e coerenza valoriale. Nel 2026 l’influenza non si misurerà solo in reach, ma in credibilità.

Meno campagne spot, più partnership di lungo periodo [Elisa Ceccherini]

Nel 2026 le collaborazioni spot perderanno centralità a favore di relazioni continuative tra brand e creator, fondate su affinità valoriali, obiettivi condivisi e una visione comune nel tempo.I creator non saranno più semplici amplificatori di messaggi, ma veri partner strategici, coinvolti nella costruzione del racconto, dei format e — in alcuni casi — dei prodotti stessi. Questo permetterà ai brand di sviluppare narrazioni più coerenti, riconoscibili e credibili, evitando l’effetto frammentazione tipico delle attivazioni one-shot.Per le community, il risultato sarà una comunicazione più autentica e meno percepita come pubblicitaria. Per i brand, un investimento più efficiente, capace di generare fiducia, continuità e valore nel lungo periodo.

Non basta “raggiungere” per influenzare [Matteo Pogliani]

Per anni abbiamo pensato che l’influencer marketing fosse un gioco di awareness. Ma oggi sappiamo che i creator:

  • spostano vendite
  • alimentano il funnel paid
  • riducono il CAC
  • accelerano la discovery
  • trasformano social commerce in fatturato reale

Non è la performance a essere debole: è il nostro modo di misurarla. Finché continueremo a guardare l’ultimo clic, continueremo a premiare i touchpoint finali e a ignorare chi e cosa davvero accende il percorso dell’utente. Il 2026 deve essere l’anno in cui capiamo che i creator non sono un cartellone, ma un asset strategico.

Creator come partner editoriali [Arianna Chieli]

Nel 2026 i brand collaboreranno con i creator come partner editoriali, non come spazi media. Il contenuto non vivrà più solo in un post social, ma in un micro-ecosistema narrativo: newsletter, podcast, long format, gruppi chiusi, eventi piccoli e grandi. Ogni touchpoint sarà coerente, riconoscibile, pensato per una community già attiva e fidelizzata. L’influencer marketing diventa così un progetto editoriale condiviso: vive nella community del creator e, allo stesso tempo, entra nel racconto del brand. Questo modello ibrido per un creator significa saper abitare più formati e più contesti narrativi:  un’idea deve funzionare in un post, ma anche in una newsletter, in una puntata di podcast, in un evento. Meno visibilità e più competenza. Per i brand significa iniziare a co-costruire contenuti. Si entra in un ecosistema narrativo già vivo, si accetta di  rinunciare al controllo totale in favore del dialogo. Questo significa anche pensare in termini di continuità con uno stop deciso alle campagne one shot: un contenuto che vive nel tempo si stratifica, cresce e connette.